Crónica de la escritora Anna Lombardo sobre Al Marbed, en italiano

Alguno de los participantes en Al Marbed el día de la clausura. De izquierda a derecha: Ali Akbas y Osman Geviksoy (Turquía), Alberto Masala (Cerdeña), Jack Hisrchman (USA), Agneta Falk (Suecia), Ángel Petisme, Anna Lombardo (Italia),  Ayten Mutlu (Turquía). Maurilio de Miguel (España).

Dal 7° Festival di Poesia Al-Marbid, Bassora-Baghdad  23-27 marzo 2010

di Anna Lombardo

Il 21 marzo, primo giorno di primavera, mi ritrovai all’aeroporto Marco Polo di Venezia con una destinazione non proprio delle più scontate – non andavo al festival di San Francisco, come a luglio dell’anno precedente, invitata da Jack Hirschman,  ma  partivo per l’Iraq per partecipare al 7° festival di poesia Al- Marbid. Avevo accettato l’invito, fattomi dal Ministero della cultura irachena, cercando di tranquillizzare i miei cari e tutti gli amici, ma mi sembrava naturale andarci e soprattutto doveroso rispondere alla chiamata. Certo era un po’ spiazzante e poteva indurre molti dubbi, come commentammo con Jack Hirschman e Agneta Falk, anch’essi tra i poeti invitati,  ma era chiaro a tutti noi che non si poteva mancare: si va dove la poesia chiama. Giunsi a Istanbul alle 4 del pomeriggio e attesi il volo per Baghdad, previsto per le 3 e 30 della mattina successiva, terminando di leggere “Caravan to Baghdad” di Karim Metref, comprato tre giorni prima alla Libreria del Mondo Offeso di Milano. Quando si dice la coincidenza! Alla partenza da Istanbul mi incontrai con l’altro italiano invitato al festival, il sardo Alberto Masala, amico da lungo tempo, e giunti a Baghdad cominciammo a fare i conti con la procedura per il visto. Questo ci permise di riconoscere gli altri stranieri che avevano accettato di essere presenti con la loro solidarietà umana e di incontrare il direttore della sezione culturale del ministero della cultura irachena, Mudhafa Al-Rubai, che da quel momento non ci abbandonò più e fu il nostro Virgilio nella terra irachena.

Fraternizzammo quasi subito con la poetessa turca Ayten Mutlu e gli spagnoli Angel Petisme e Maurillio de Miguel, così come con il francese Eric Sarner, il siriano Bayan Al-Safadi, il marocchino Kamal Akhlaki, i due danesi  Sejer Andersen and Kristen Bjornkjiflr (al loro secondo round in quel paese) e gli altri turchi Ali Akbas,  Osman Ceviksoy , Karasevda e Avsar Imdat. Al nostro arrivo a Baghdad  alle sette della mattina, assistemmo ad un disciplinato allineamento di un contingente americano: uomini e donne di età diversa e anche di differente corporatura. Mi colpirono parecchi obesi tra quei cittadini americani che non erano chiaramente “turisti per caso”. L’organizzazione apparve subito un po’ caotica perché riuscimmo a perdere l’aereo diretto a Bassora che era la prima tappa del festival. Dopo parecchie ore d’attesa e una chiassosa fila lunghissima di donne quasi tutte con il loro jihjab, Mudhafa ci comunicò che ci era stato messo a disposizione un aero “fuori servizio” e così finalmente ci imbarcammo. Lungo la strada che dall’aeroporto ci portava in città il pensiero andò inevitabilmente a Giuliana Sgrena e a Nicola Calipari. Raggiungemmo il bellissimo hotel di Bassora, guardato a vista da un nutrito corpo di sicurezza, preceduti e seguiti da una scorta, superando molti posti di blocco, a cui ci abituammo, nostro malgrado. Oltrepassammo zone completamente piatte, rase al suolo, prive di alberi, alternate a miseri agglomerati di residui di case con  tetti di fortuna e apparizioni di donne, avvolte nel loro lungo abito nero, per sentieri polverosi  ricchi di buche di diverse dimensioni. La sicurezza era visibile ovunque. Prima di andare a dormire riuscii ad incontrare e abbracciare  Jack e Agneta che ci avevano raggiunto via Giordania ed erano abbastanza provati dal viaggio. Il giorno seguente, sempre in autobus e sotto scorta,  arrivammo nel teatro dove si tenevano gli eventi e fummo accolti da una piccola folla festosa di bimbi che ci salutava con canti. Fu commovente e inaspettato quell’abbraccio dai suoni incomprensibili, ma che sapeva chiaramente di  festa e di speranza assieme. Dopo gli interventi dei responsabili del governo e delle rappresentanze dell’unione scrittori sia di Bassora sia di Baghdad, ha avuto inizio il reading dei poeti. Per gli stranieri apre Jack Hirschman, con una dichiarazione di solidarietà al popolo iracheno, accolto con molto calore e entusiasmo. La mattinata prosegue lunga e intensa mentre comincia a prendere corpo il valore fortemente solidale della nostra presenza. Il governo iracheno aveva dato prova di coraggio indicendo il festival di poesia proprio durante la fase finale delle difficili elezioni, dimostrando anche amore e attenzione verso la propria storia e tradizione letteraria: mentre in Italia in piena campagna elettorale si chiudevano gli spazi di discussione e di confronto, in Iraq, sotto lo slogan “Per una cultura irachena pluralista” si svolgeva, dal 23 al 25 marzo a Bassora concludendosi il 27 marzo a Baghdad un incontro internazionale di poesia che vedeva la partecipazione di circa ottanta poeti provenienti da diversi paesi. Una iniziativa che indubbiamente aveva della sfida e del coraggio in un momento difficile che il paese, devastato dalla guerra di occupazione e di controllo delle sue risorse petrolifere, stava vivendo, lanciata, per conto del governo, dal ministro della cultura: dalle nostre parti, dove non c’è neanche la scusa della guerra in casa,  la cultura né la si incentiva né la si finanzia. A Bassora e Baghdad per tre intensi giorni, nel nome del poeta Buland Al-Haidari,  la poesia ha versato il suo miele riuscendo a catalizzare l’attenzione dei media nazionali e internazionali, tessendo relazioni di scambi poetici e di amicizia. Le radio e le televisioni al lavoro erano moltissime, segno che l’organizzazione del festival, almeno per quanto riguarda la stampa, era stata curata e tutti i poeti stranieri intervenuti  hanno avuto da cinque a  quindici  interviste individuali, escluse quelle collettive con le reti nazionali. L’Iraq, certamente, oltre che riprendere la tradizione del festival Al-Marbed,  ha voluto mostrarsi al mondo vicino e anche a quello più  lontano con la sua veste migliore, rivolta al dialogo e al confronto poetico. Singolare, poi, è stato il fatto, che tra gli stranieri invitati da Muniam al Fakir, poeta iracheno che vive da anni in Danimarca, ci fossero Jack Hirschman, Agneta Falk, Maurillio de Miguel, Angel Petisme, Alberto Masala, Ayten Mutlu, io stessa e tanti altri impegnati da sempre contro la guerra e tesi a dar voce a chi non ha voce, ai diseredati, agli esclusi. Insomma una poesia di resistenza e di alta solidarietà. Il vice ministro della cultura Fawzi Attroushe, che viene dal nord dell’Iraq, ha  lavorato moltissimo per questo evento, lui stesso è un fine poeta e infatti lo abbiamo sentito leggere durante le giornate del festival con passione. Parecchi sono i poeti del luogo e quelli dei  paesi limitrofi  che ascoltavamo con curiosità, considerato che la traduzione non era sempre assicurata, unico neo in tutto questo sforzo di mettere in cammino una dimostrazione di cultura e civiltà che, in Iraq, affonda radici lontane. Per quanto difficile la lingua, si intuisce benissimo l’energia, l’entusiasmo e la passione che accomuna i giovani e i vecchi poeti che si alternano sul palco. Il suono e il ritmo sono sorprendentemente dolci e godibilissimi, pur nel buio della comprensione che a volte si schiarisce grazie alla gentile e affabile traduttrice Neda, che ha perfezionato i suoi studi a Leeds in Gran Bretagna. La mattina seguente tocca a me leggere. Per mia fortuna, avevo anche alcune poesie già tradotte in inglese, così la traduttrice riuscì a riportarle subito in arabo, poiché, come scoprimmo quasi subito, l’organizzazione aveva smarrito tutti i testi inviati dai poeti e questo significava che non c’erano traduzioni pronte. Con Jack avevo deciso la mia scaletta iniziale che, ovviamente, includeva i miei due testi contro la guerra , il  poem in progress, Che occhi aveva la tua morte e Didone ad una kamikaze, che però risultava troppo lunga,  e sostituii con una più breve. Tra i poeti iracheni e dintorni ci sono molte donne ma non è facile comunicare con loro e non solo per via della lingua. Cerco di farmi tradurre qualcosa ma non tutti capiscono l’inglese e a volte ho l’impressione che quello che ti dicono non corrisponda con ciò che intuisco attraverso il gesto, lo sguardo e lo stesso tono. Incontro comunque molte donne e riesco, alla fine, a parlare con una giovane poetessa, elegantissima nel suo completo nero (lunga gonna e lunga giacca che deve nascondere le belle forme) e l’immancabile fazzoletto in testa a scacchi e coloratissimo: un bel contrasto di cuore. Dopo la sua lettura la raggiungo, ho con me la video camera che uso a pretesto. Cerco qualcuno che mi aiuti con la lingua e le chiedo se è disposta a farsi riprendere e intervistare, e lei si mostra contenta e desiderosa di farlo. Proviene da una zona esterna dell’Iraq, e anche lei, come le altre poetesse è insegnante: ha 36 anni ma ne dimostra dieci di meno, sposata, 2 figli, una di nome Maria (mi dice contenta e la cosa mi sorprende ma il mio traduttore improvvisato, un impiegato del ministero della cultura, non ha una grande dimestichezza con l’inglese quindi punto all’essenziale). Le chiedo se la sua famiglia la sostiene e lei, dopo un po’, mi da una risposta positiva aggiungendo “prima c’è il lavoro, poi la famiglia e poi la mia scrittura!”. Non vedo alcuna differenza in questo, le dico e lei mi sorride, un sorriso dolcissimo che le illumina il volto cerchiato dal suo foulard a scacchi sotto degli enormi bellissimi occhi neri. Mi riesce di parlare, sempre usando la video camera, con un’altra poetessa che è pure pittrice (“cubista”, precisa) accompagnata dal marito, noto artista e direttore di una televisione locale (così mi dice); anche lei insegnante proveniente dalla città di Kirkuk, a ca. 300 km  dalla capitale. Il viaggio è stato lungo. Mi spiega il suo cruccio di non aver potuto prendere il master in arte perché lì, pare, dopo una certa età, la legge non consente di continuare gli studi. Lei si è vista costretta a recarsi a sue spese, in Egitto, ma mi chiede informazioni sulla possibilità di poter fare un master in Italia: pensando alla Gelmini mi si stringe il cuore, ma le dico che mi informerò e le farò sapere. Mi dà il suo indirizzo mail. Con un’altra poetessa riesco a scambiare poche parole personalmente; lei è anche giornalista ed è interessata alle riviste; le parlo delle Voci della Luna e le prometto di inviarle una copia. Ne è felice ma mi mette in guardia che la posta ancora non funziona e forse potrei spedire presso il ministero della cultura: ci scambiamo la mail. Con tutte inevitabilmente la conversazione scivola sull’abbigliamento e molte mi spiegano come siano costrette a indossarlo per la loro sicurezza. Anche quelle che ormai abitano fuori dall’Iraq, quando si recano nei luoghi d’origine si velano, come confessa la poetessa che da anni si trova in Svezia. Vivono la contraddizione in modo consapevole da quel poco che riescono ad esprimermi senza traduzione.

Dopo il break per il pranzo (si mangia sempre benissimo e il pane è semplicemente delizioso) la ripresa dei lavori fino ai discorsi ufficiali, che annunciano la fine dell’evento a Bassora e dopo un “tutti sul palco” e applausi in abbondanza per gli stranieri, lasciamo il teatro mentre il resto dei convenuti iracheni e dai paesi limitrofi si raccoglie per continuare una sessione sulla traduzione poetica al tempo di internet. Molte delle sessioni critiche del programma sono escluse a noi stranieri, per via della lingua: è un vero peccato e ne parlo al giovane direttore del festival,  Aqeel Mindlawie, fine letterato anch’egli, che promette che quella sarà certamente una delle cose da perfezionare  per l’evento del prossimo anno, perché l’obiettivo è far circolare più voci possibili. Infatti, il problema della traduzione è molto sentito e, in una rivista lì distribuita, a cura del ministero della cultura, è in prima pagina l’intervista dello stesso  vice ministro che sottolinea come la traduzione diventa fondamentale per la circolazione della letteratura e cosa il governo ha messo in piedi per rispondere a tale necessità. La serata a Bassora si conclude a cena, ospiti del sindaco nel giardino dell’albergo. Il sindaco, persona squisita, si presenta parlando delle sue umili origini e ringraziandoci di essere intervenuti ci lascia con un dolce composto di datteri, mandorle, noccioline, cocco e altre caloriche delizie del luogo in regalo. Il giorno seguente, dopo una commovente festa di compleanno per Agneta, organizzata dal nostro infaticabile Mudhafa, facciamo una visita alla parte vecchia della città visitando la moschea. Soliti check points dappertutto, desolazione ma una forte presenza di giovani, donne e uomini che sono molto incuriositi da noi e si fanno fotografare: insomma, nonostante la difficoltà linguistica, la voglia di comunicare anche da parte degli iracheni è molta. Anche i volti dei “controllori” sono disponibili. Come donne dobbiamo indossare l’ijhjab per introdurci nella moschea, così ci sottoponiamo al controllo: entriamo nella stanza della vestizione e troviamo una donna sorridente che ci invita a gustare del cibo; non ci facciamo pregare e pizzichiamo qualcosa. La sosta alla moschea è breve e siamo molto interessati alle donne, alle loro movenze e ai bimbi che un po’ ci guardano, un po’ si inabissano nei loro giochi. Finita la visita Jack Hirschman e Agneta Falk si separano da noi e in macchina con scorta vanno in aeroporto per ripartire verso San Francisco via Amman.  Non saranno con noi a Baghdad dove arriviamo la mattina seguente, dopo essere riusciti a perdere l’aereo per la seconda volta e aver usato un altro volo “fuori servizio”. Siamo ospiti del prestigioso hotel Al-Mansour, costruito da un architetto spagnolo e infatti, nell’enorme sala che ospita l’ultimo reading, le pareti sono tutte per Cordoba con versi in arabo di Garcia Lorca. Siamo al momento finale e dopo i saluti, e l’ incredibile performance del gruppo Munir Bashir diretto da Sami Nasim, che riceve un lunghissimo applauso, il reading viene chiuso da una ragazzina di circa dodici anni, Fatima Yaqoub, che declama con forza il suo testo dedicato alla sofferenza della città di Baghdad (come molti dei testi letti dai poeti più “adulti”) tra applausi scroscianti. Il festival apertosi a Bassora con la voce possente di Jack Hirschman chiude con la voce altrettanto forte di questa incredibile ragazzina che in qualche modo diventa il simbolo di una speranza di  normalizzazione e di fine dei conflitti. Ce lo auguriamo di cuore noi tutti, consapevoli che, laddove la poesia vive, la libertà esiste, così come laddove essa può liberamente esprimersi, libertà e pace possono essere garantiti per tutti gli esseri umani. Lunga vita alla poesia!

Anna Lombardo

Anuncios

Crónica de Jack Hirschman sobre el festival Al Marbed

THE AL-MARBID INTERNATIONAL POETRY FESTIVAL

March 23-25 in BASRA, IRAQ

by Jack Hirschman

When Agneta Falk and I were invited, a couple of months earlier, to participate in the Festival, we were eager to do so notwithstanding the dangers because we had been in email touch with Sabah Jasim, an Iraqi poet and comrade since 2006, who had translated poems written by both of us. It was Sabah Jasim who I invited to the San Francisco International Poetry Festival in 2007 and who was cruelly refused entrance into the U.S. (after 23 days in Damascus, Syria, where he went to obtain his visa, he received it on the last day of our Festival in San Francisco, though Kareem James Abu-Zeid, a brilliant young translator of Arabic poetry, translated some of Sabah’s work and presented it at one of the Festival’s venues.

So there was the meeting between us all at the Basra airport where, after much bureaucracy, Aggie and I received our visas for Al-Marbid. We finally met Sabah in person and drove with him and two other poets, Furat Salih and Thamir Sa’id, to the Golden Tulip Hotel, a very modern structure, where we met Mudhafa Al-Rubai, the organizing overseer of the poets invited from other countries. On the way in we’d gone through a couple of checkpoints and noted that a car proceeded ours in which two at least and sometimes three armed Iraqi security forces were ever present. The same would hold for the large modern bus which carried all the guest poets to different venues: we became accustomed to the sight of soldiers with kalishnikovs or handguns leading the way in cars, and guarding the front of the Hotel. Basra had been “secured” some time ago by the British and American forces. But all of Iraq is still a war zone and security is very heavy.

At the Hotel I was asked by Thamir Sa’id to do an interview, in which Dr. Adel Al-Thamary translated the questions to me, which were largely about my views on Poetry.

Next morning the poets all piled into the bus provided by the Ministry of Culture—which had organized the Festival under the direction of 34 year-old Aqeel Mindlawie—and we went into Basra to the Petroleum Cultural Center Hall, a vast domed-like workers’ Hall where, after ceremonious speeches and an extraordinary dance ensemble called the El Basra Group for Public Folklore Arts, which performed breathtakingly with women drummers and male dancers, the poetry readings began.

The poets read a couple or three poems each. Iraqi poets often read in dramatic style with great expressivity and sonority. At each of the three-day venues there would also be included the guest poets from other countries. I read two poems on that first morning,—“Path” and “One Day”— with Sabah Jasim reading the Arabic translations he’d made, after I read a brief note of solidarity concluding with a “Long Live the Iraqi Poets!”.

In the large space in the rear of the auditorium—tables laden with books of poetry and prose, large art and photo exhibitions, and many people interviewing the poets for news- papers, radio and television. The Iraqis are hungry for communication with the outside world—it was a central underlying theme of the Festival. Indeed, on the second day Agneta Falk gave no less than seven interviews after she read her poem on Israel/Palestine, “O Hate”, and the poem on a British prostitute, “Shivering Mountain”—with Sabah Jasim reading the translations he’d made of them as well. She also read a poem she’d written at the Festival, in memory of the Babylonian poet Ja’fr Hadjwal, who died on the train carrying him to the very Festival.

After the first venue, the bus took the poets to the riverside statue of Shaker Bader or Al-Aysaayab, an impressive towering monument to one of the founders—with two women, Nazika Mala’ka and Lameea Abbas Omara, working independently and simultaneously—of the Free Verse Movement in Iraq, which began in the 1940s.

From that statue and across the Arab River, one could see Iran.

The other guest poets included two from Italy—-Anna Lombardo and Alberto Masala; Eric Sarner from France, though he lives at present in Uruguay; Kamal Akhlaki from Morocco; Sejer Andersen and Kristen Bjornkjiflr from Denmark; Bayan al-Safadi from Syria; Maurilio de Miguel and Angel Petisme of Spain; and Osman Ceviksoy, Necdet Karasevda, Imdat Avsar, Ayten Mutlu and Ali Akbas from Turkey.

Apparently the poems I’d read had appeared on National television the first morning and I was asked to read at the Translation School of the University of Basra on the second day. I’d thought the request was part of the Festival but apparently heads had to get together—security-wise— because the university was not on the Festival venue. But I was cleared to read to a large group of about 150 in a hall at the University. At that event I read a whole ensemble of poems including “New York, N.Y” and “Mother” but it was “The Quntzeros Arcane” which I’d written about the war in Iraq that gave me one of the greatest pleasures of my life, reading it to those incredibly receptive students of the English language . It was my own personal highlight of the Festival, but the collective sense of harmony in poetry at the Festival is what has made Al-Marbid such a new inter-national wonder.

Afterward I was told by Khadin Al-Ali, the professor of that large class, that I had been the first poet from another country to read at the Translation School in seven years!

At the evening session at Autba-Bin Ghazwan Hall on the second day of the Festival we all were treated to stirring Mendelsohn and Tchaikowski by the National Symphony Orchestra, brilliantly conducted by Kareem Wasfi, prior to the poetry readings that continued filling the air with Iraq’s finest verbal sounds and its desire to became part of an international community. At this session and others, I had a chance to meet young Iraqi poets and comrades, largely through Sabah’s being on hand to bridge the language difficulties.

On March 25, readings continued at Al-Shuhada (Martyrs’) Hall in the morning, and at the evening and final session once more in the Petroleum Cultural Center Hall the newspaper of the Iraqi Communist Party (which won 4 seats in the recent elections), called The People’s Road, was on hand, and I was humbled to see a large photo of me next to a general article (or so Sabah told me) about the Festival.

Afterward the Council-General of Basra invited all the guest poets to a dinner in the garden of the Gold Tulip Hotel. The celebration spilled over into March 26, which, as it happened to be Agneta Falk’s birthday, was celebrated after breakfast in the Hotel dining-room, with songs being sung in Italian, Danish, Turkish, Spanish, French, Moroccan Arabic, American, and Aggie sang a Swedish lullaby. It was a truly international finish to a Festival that spread its wings outward, beginning to make its claim of belonging to the international struggle against the evils of globalization. Long Live the Poets of Al-Marbid in All the Years Ahead!

–Jack Hirschman

San Francisco, March 30, 2010